Riportiamo un articolo di Gianni Mura, giornalista e scrittore, uscito nel 2011 sulle pagine di Repubblica in lode alla nobiltà del maiale.

croceMaiale ha la stessa radice di Maia, la dea, di maggio, di magnum e di maior. Quando i Romani sentenziavano «unicuique suum» era un refuso. Unicuique sus, semmai: a ciascuno un maiale. Ben lo sanno i Cinesi: lo stesso ideogramma serve per maiale e per casa. Sarà un caso che in inglese pig sia così simile a big? E che l’anagramma di porco sia corpo? La carne di porco è proibita a ebrei e islamici, è tabù come nessun altro cibo. Da noi si usa il porco, ingiustamente, per insultare gli abitanti della terra e del cielo. Dicono: ma è sporco. Avete mai provato ad annusare una capra o a vedere dove dormono le galline? Dategli creme per la pelle e piscine e il maiale vi stupirà. Maiali, li amai è un anagramma bugiardo, perché li amo ancora e li amerò sempre. Non perché qualcuno deve pur farlo, ma per stima e riconoscenza. Perché non ho mai capito come faccia un maiale a mangiare le peggiori schifezze, quelle che gli diamo noi, e ad avere carni così buone. Era molto in forma, il Creatore, il giorno che inventò il maiale, questa prodigiosa macchina che tutto ricicla e tutto sublima. Certe cose può capirle solo chi ha assaggiato il vero jamòn serrano de bellota, la soppressata lucana, la coppa piacentina. Si dice anche capocollo, ma coppa sa più di premio. Il maiale vola solo nei titoli dei libri: mai ali è una condanna alla terrestrità. Il maiale non fa uova né latte, serve solo da morto. La riconoscenza mi spinge a parafrasare Gianni Brera (grande amico del nobile animale) che parafrasava Guido Gozzano (non pervenuto sul tema): porco, mistero senza fine bello.

Gianni Mura — La Repubblica, 15 aprile 2011