Casimiro Tarocco, docente alla Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, è autore di lavori scientifici riguardanti la fertilità suina su riviste nazionali ed estere oltre ad innumerevoli note a carattere pratico su riproduzione suina, benessere animale e relazione tra uomo e animale. E’ stato per noi di Cura Natura una guida illuminata nell’intraprendere il percorso del benessere animale.   Questo è un suo intervento pubblicato sulla rivista “il Progresso Veterinario” del 15 marzo 2002

 

Importanza del fattore uomo nell’allevamento

Casimiro Tarocco
Università di Bologna

Se si chiede ad un proprietario di un allevamento intensivo di suini, ma anche allo stesso addetto al governo degli animali, come egli considera la sua attività, la risposta immediata è quella di pensarla come un mezzo mediante il quale si acquisisce un reddito, sottolineando in questo modo la natura essenzialmente economica che interviene tra chi alleva e l’animale.
Quando però la domanda si sposta non più sul lavoro ma sull’oggetto di questo, cioè sull’animale, l’addetto per la ripetitività del lavoro, per l’abitudine, per la familiarità ma soprattutto per la mancata relazione stretta che invece si instaura tra una persona e gli animali di grossa taglia, allora l’interpellato è portato a considerare il suino come una macchina con certe necessità fisiologiche.
Le necessità dell’animale sono quelle che l’addetto constata quotidianamente, quali il mangiare, il bere, il dormire e così via, per cui il suo lavoro è indirizzato al soddisfacimento di queste, integrato da quelle che hanno il compito di mantenere il benessere e la salute dei soggetti che cura.
Per gestire queste necessità l’allevamento è costituito da strutture più o meno sofisticate in rapporto ai mezzi ed alle propensioni dell’allevatore. Esse servono a soddisfare in primo luogo le esigenze del proprietario come il mantenere entro determinati limiti un certo numero di animali, l’impedire l’attacco dei predatori, il riparare il bestiame dai fattori climatici negativi e quindi ottenere un miglioramento della produttività. Nel contempo queste stesse strutture servono all’animale perché gli viene garantito l’alimento, lo proteggono da malattie che potrebbero derivare dal contatto con soggetti liberi, gli assicurano un riparo dagli sbalzi climatici e così via.
Il sogno di ogni allevatore è quello di soddisfare tutte le necessità dell’animale tramite le sole strutture, ma non essendo questo possibile è necessario ricorrere all’intervento dell’uomo laddove la biologia della specie richiede una attività guidata da un giudizio critico.
Da tutto ciò derivano alcune conseguenze.
La prima consiste nel fatto che tanto più l’allevamento aumenta la consistenza numerica dei soggetti presenti e/o tanto più è elevato il grado di soddisfacimento delle necessità fisiologiche degli animali da parte delle strutture tanto minore sarà il tempo dedicato dall’uomo al singolo animale.
La seconda osservazione riguarda il tipo di lavoro effettuato dall’addetto che sarà quello legato ad alcune necessità fisiologiche che potremmo definire meccaniche (ad esempio asportazione delle deiezioni), altre squisitamente biologiche (ad esempio ricerca dei calori, inseminazione e così via), altre ancora legate a stati particolari dell’animale come ad esempio i provvedimenti riguardanti la salute (interventi profilattici e terapeutici ). E’ chiaro che ognuno di questi aspetti richiede da parte dell’uomo un intervento razionale e critico di livello diverso.
A differenza della pianta, l’animale si muove, grida, in altre parole ha delle reazioni visibili immediatamente o a più o meno lungo termine (modifiche del livello delle performance, alterazione dello stato di salute, morbilità e così via) di fronte a quello che gli succede d’intorno.
Allora l’addetto è portato a riconoscere che l’animale non è soltanto una macchina biologica, ma che ha anche una sua sensibilità, anche se questo aspetto resta nel subconscio perché il suo interesse primario è legato alla produttività dei soggetti che alleva.
A questo fine l’allevatore utilizza le potenzialità produttive della macchina – suino, cioè la capacità di trasformare l’alimento in carne o quella di riprodursi, per cui s’impegna al massimo per rendere più efficiente tale macchina (formulazioni alimentari adeguate al tipo genetico, ambiente climatizzato, profilassi sanitarie) onde utilizzare al meglio tali potenzialità.
Un’evenienza comune è quella di osservare livelli di performance che non sono adeguati alle potenzialità, che invece sono raggiunti in situazioni diverse, anche se le condizioni di partenza (genetica, alimentazione, strutture, livello sanitario) sono le stesse.
Alla domanda perché in alcune sedi si espletano tali potenzialità ed in altre no sorge il dubbio che la cosiddetta sensibilità del suino, meglio sarebbe a dire la sua sfera emotiva, sia un elemento che influenza negativamente o positivamente le performance, avvicinandole o allontanandole dai limiti possibili.
Se è così allora bisognerebbe agire posi tivamente sulla sfera emotiva dell’animale, vale a dire che quello che egli percepisce dall’ambiente dovrebbe essere innanzi tutto in accordo con le sue esigenze di specie, che egli manifesta attraverso la gamma dei comportamenti, e successivamente essere tale da determinare un senso di benessere.
Questa è la via per recuperare quella parte di potenzialità produttiva e riproduttiva che non è stata evidenziata dalla sola applicazione delle tecniche aziendali.
Ne deriva che nell’allevamento di specie rese domestiche il fattore che può entrare in accordo o disaccordo con la sfera psicologica dell’animale sarebbe però meglio dire con la percezione del mondo che lo circonda – è l’uomo.
Per ragioni di ordine biologico il suino è un animale emozionale in quanto elabora sotto forma di emozioni gli stimoli dell’ambiente in cui vive.
Gli stimoli biologici dell’ambiente esterno provengono da altri animali e dall’uomo.
L’atteggiamento dell’uomo nei confronti del suino può essere dettato da elementi razionali o emotivi e appare indubbio che l’animale è in grado di recepire immediatamente solamente quest’ultimi.
Ne derivano due conseguenze: la prima, tanto più l’uomo sarà emozionale tanto maggiore sarà il coinvolgimento dell’animale; la seconda , tanto più il comportamento dell’uomo tende a suscitare emozioni nell’animale tanto più queste agiscono sulle performance.
Il comportamento dell’uomo che suscita emozioni nel suino si sviluppa secondo due direttive:
– il management, che stabilisce una relazione per lo più indiretta con l’animale
– il rapporto uomo – animale, dove la relazione è diretta.
Se intendiamo come management le manovre che interessano direttamente o indirettamente l’animale, senza che vi sia sempre un coinvolgimento diretto dell’uomo, allora o esse vanno nella direzione consona all’etologia della specie e perciò recepite come positive dal suino (management corretto) od invece non rispettano le esigenze comportamentali e saranno recepite come negative (management scorretto). Gli esempi a questo proposito si sprecano.
Nel campo riproduttivo occorrerebbe pensare ad esempio nella fase inseminativa alla presenza della testa del verro accanto a quella della scrofa (management positivo) oppure a nessuna stimolazione durante l’introduzione del seme (management negativo). Nella fase di crescita lo spazio assegnato ad ogni animale può trasformarsi in un fattore favorevole o sfavorevole.
La sola manovra manageriale corretta può essere sufficiente per migliorare la produttività ma non tale da raggiungere i livelli più elevati se non è accompagnata dalla relazione uomo – animale, tant’è che se quest’ultima è negativa anche la manovra manageriale corretta non sortirà gli effetti desiderati.
Come corollario si potrebbe dire che gli studi di psicologia del lavoro hanno dimostrato che a contatto degli animali dovrebbero andare persone dotate di un alto quoziente di intelligenza emozionale perché maggiormente in grado di stabilire con il suino una relazione positiva.
Se una parte delle potenzialità del suino è influenzata dalla sua risposta emozionale appare evidente che essa è fondamentalmente condizionata da un management corretto e dalla sua relazione con l’uomo (grafico 2), tant’è che se quest’ultima si svolge secondo le aspettative del soggetto allevato anche la manovra manageriale scorretta può, se in grado lieve, non essere percepita come tale dall’animale.
Ne deriva che la relazione uomo – animale è l’elemento chiave per far recuperare produttività all’azienda che rag giungerà il maggior successo se le persone che vi lavorano saranno addestrate per il management corretto la relazione uomo – animale. In questa sede non è possibile accennare al management corretto per la riproduzione, alimentazione, ambiente sociale, salute e produttività, ma si può solo accennare alla relazione uomo – animale ed alle implicazioni positive e negative che questa comporta. In che cosa consiste questa relazione? L’allevamento è una struttura sociale caratterizzata da interazioni tra l’animale e l’uomo.
Queste interazioni possono essere di natura visiva, olfattiva, uditiva, tattile e tutto ciò determina una serie di reazioni psicologiche, comportamentali ma anche fisiologiche che sono connesse alla presenza dell’uomo e/o alla memoria della precedente esperienza acquisita con lui per manovre che sono state condotte secondo modalità recepite dall’animale come positive, indifferenti o negative.
Se tutto questo provoca uno stato emozionale, occorre dire che esso non è unico ma ne esiste un’intera gamma come è possibile rilevare dai diversi comportamenti e da elementi biochimici. Tale gamma è abbastanza estesa anche se non siamo in grado di definirla in tutte le sue accezioni ma sicuramente essa di fronte all’uomo va dal piacere della sua compagnia all’aggressività, anche se la risposta emozionale più frequente ad osservarsi laddove la relazione uomo animale non è ottimale è la paura.
Ebbene proprio perché ne viene interessato l’assetto biochimico con riflessi neuro ormonali dell’animale si ha un’influenza sulle funzioni dell’organismo, che possono essere di risposta o puro adattamento ad una determinata situazione od interessare funzioni più complesse come quella produttiva e riproduttiva. Siamo così di fronte a stress acuti o cronici, quest’ultimi condizionati da situazioni recepite negativamente dal suino che possono riguardare condizioni oggettive (clima, alimentazione e così via) ma in particolare da manovre manageriali scorrette o da comportamenti dell’uomo, che per la loro quotidianità sono continuamente ripetute.
Nella manipolazione quotidiana del suino da parte dell’uomo appare evidente che la presenza di quest’ultimo rappresenta il fattore emozionale più importante per l’animale stabulato ed è ovvio che la paura dell’uomo insorga quando l’addetto compia procedure ordinarie e straordinarie di governo, interventi sanitari in maniera reiterata e senza stabilire delle manovre compensatorie alle provocate azioni stressanti, per non parlare degli atteggiamenti minacciosi (tono di voce ad esempio) o sicuramente aggressivi (percosse).
Allora sarà il comportamento dell’animale in presenza dell’uomo che darà informazioni sulla qualità della relazione addetto – suino come viene percepita dall’animale stesso. Il non avvicinamento, il non entrare all’interno di un cerchio di mezzo metro di raggio con al centro l’uomo, il non interagire, quando addirittura non si notano che atteggiamenti di evitamento sono tutti fattori che parlano di cattivi rapporti tra chi governa e chi subisce.
Il problema allora si sposta sull’uomo e quindi sul suo comportamento con gli animali.
La psicologia ha evidenziato che il fattore più importante per prevedere il comportamento della persona è l’attitudine.
Vi sono tre componenti dell’attitudine.
a) la cognizione (ciò che la persona ritiene vero: ad esempio, trattare suini è difficile per cui si adottano atteggiamenti violenti)
b) l’affettività (o risposta emozionale; ad esempio, la persona non ama i suini e li trova sporchi)
c) la conazione (tendenza a credere e a comportarsi in un determinato modo; ad esempio, l’uomo evita il contatto con i suini).
Tutto questo rientra nella teoria dell’azione ragionata, la quale dice: ” in linea di massima noi tendiamo a comportarci in maniera favorevole verso le cose o persone che ci piacciono ed in maniera sfavorevole verso le cose o persone che non ci piacciono. E, a meno di interventi imprevisti, trasferiamo questi nostri sentimenti in azioni”.
Da qui la relazione stretta tra ciò che l’addetto pensa sugli animali, il suo comportamento, la paura indotta per gli atteggiamenti negativi, il calo delle performance, riproduttive in particolare (tabella 1).

 

Accanto a questo esempio se ne potrebbero citare altri in cui si osserva il cambiamento delle performance, in particolare riproduttive, per atteggiamenti amichevoli o indifferenti o ostili dell’addetto alla cura degli animali.
Tra tutti i fattori negativi è la percentuale di interazioni tattili sgradite che appare essere il principale fattore della paura dell’animale nei confronti dell’uomo. Si potrebbe accennare a proposito della relazione uomo – animale che essa, quando viene condotta correttamente, ha carattere di reciprocità perché la risposta positiva all’azione dell’uomo che si espleta con maggiore produttività da parte dell’animale condiziona anche la soddisfazione del lavoro, l’orgoglio di appartenenza, la consapevolezza della realizzazione di sé che sono i fattori essenziali dei bisogni secondari dell’uomo secondo la teoria di Maslow.
Se l’attitudine ha come conseguenza il comportamento, occorre chiedersi se la disponibilità verso gli animali può essere appresa. Le esperienze condotte in tale senso dimostrano che ciò è possibile anche senza alcun contatto con gli animali.
Da qui l’intervento del veterinario che è chiamato a verificare se la patologia presente in azienda ed in particolare la riduzione delle performance produttive e riproduttive non sia imputabile a condizioni che vedono in prima linea fattori stressanti senza l’estinzione, o per lo meno la riduzione, dei quali gli interventi proposti si dimostrano alla fine dei palliativi non in grado di risolvere la situazione di fondo.
D’altra parte se il compito del veterinario non è solamente quello di curare l’animale ammalato ma soprattutto di da re un contributo positivo all’economia aziendale, egli non può prescindere da un esame approfondito delle performance aziendali e dai fattori che le regolano.
Resta molto spesso in subordine lo studio accurato del fattore umano all’interno dell’azienda, elemento questo molto spesso determinante del successo o insuccesso dell’attività imprenditoriale, sia per le sue conoscenze in merito all’attività svolta, sia soprattutto per l’attitudine e quindi comportamento nei confronti degli animali.
In questi casi il veterinario è chiamato ad intervenire in un primo tempo per correggere aspetti del management non consoni all’etologia della specie e ad eliminare comportamenti negativi da parte degli addetti, e in un secondo tempo ad introdurre procedure di addestramento che saranno differenziate tra personale con e senza esperienza. Compito non certamente facile sia per il radicamento di abitudini ormai inveterate sia soprattutto perché non è facile modificare concetti nei confronti dell’animale che hanno alla loro base un background di religione, storia, tradizione, preconcetti, in particolare per quanto riguarda la specie suina.
Come per tutte le altre attività professionali anche per il veterinario è in atto un’evoluzione che non è solo aggiornamento scientifico ma approccio ad una visione aziendale il cui successo è legato a risultati economici che permettano la sopravvivenza economica dell’impresa, ed indirettamente anche di se stesso, in un contesto che sarà caratterizzato da una concorrenza sempre più spietata.

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